Recensione a Stanze del Nord, a cura di Maria Gisella Catuogno

La poesia di Federica Galetto si dipana in un universo esistenziale costituito dai temi di un rapporto affettivo complesso e variegato; di un anelito, seppure destinato allo smacco, all’assoluto; di una costante e fruttuosa ricerca di sé, dei caratteri della propria interiorità e orgogliosa individualità; di un’affollata presenza di creature animali e vegetali che acquistano talvolta sembianze umane; di una implacabile e salvifica urgenza di scrittura.

Il rapporto con l’altro per eccellenza, con chi non di rado è chiamato amore, è fonte di attesa trepidante e ansiosa:

assolta come sposa resto/sui gradini della chiesa/ad aspettare il tuo arrivo

ti leggo e ti sento arrivare come il raggio/del mattino sui colli

t’aspetto come s’aspetta un tuono  in Creata e fatta a immagine;

mentre riaffiora il ricordo dello stupore di scoprirsi innamorati e disegnare progetti di felicità in Desto le cose:

di anni che di venti ne avevamo/e cieli ci ospitavano gravidi/dei figli nostri sognati la notte/sulle panchine del parco e nei viali

Ma la complessità del rapporto amoroso si conferma in Riverberi di sbeccati contrasti, dove le opposizioni diventano cirri densi di diversità in abisso mentre in Dicotomie sterili dei contrappunti si evidenzia la lacerazione, lo scontro, la sterilità comunicativa. Una sterilità che viene ribadita nel titolo fortemente icastico Hai cosparso di sale la mia terra con conseguenze che l’io poetico non esita a denunciare:

senza speranza non sorrido/né apro al mattino la porta

Il desiderio di essa comunque non viene meno, pur nel riconoscimento degli enigmi dell’attrazione/repulsione, tanto che qualche verso dopo si ammette:

Era tempo di distendersi ad apettare ancora/che la felicità sgorgasse da quelle rocce fragili

anche se l’amore non sazia/non sazia/non sazia! riempie caverne/case di marmo nella lirica Nei polsi deboli  dove il sentimento è riconosciuto incapace di fondere davvero due creature, perché le individualità restano spiccate e irriducibili. Tanto che nella penultima poesia della silloge, Te l’ho detto, l’io lirico, attraverso un lessico insolitamente piano e dimentico di ogni ermetismo, si offre al suo amore come casa/ostia/cibo per il cuore acquistando il tono dell’avvertimento e dell’esortazione in una dignitosa affermazione di un sé perché è spirito di carne/ o carne di spirito e si nutre d’abbagli e di gusci/pieni di quel nascondersi per farsi vedere.

Come a sottolineare che la diversità non può venire colmata ma deve essere conosciuta e rispettata: esclusivamente su tali premesse è possibile la declinazione gratificante degli “amorosi sensi”.

Se il rapporto con il partner può essere problematico, quello con la natura solitamente offre pozzi di sollievo come in Altri inverni verranno e tutta quanta la raccolta ospita una miriade di creature, specialmente alate: tortore colombe gazze libellule corvi cigni tordi farfalle meduse conchiglie cicale leprotti fagiani, ma accoglie anche alberi e fiori, in cui pare che la flora acquisti sembianze e comportamenti umani e l’autrice si chiede se parlano le ortensie alle viole/come distese sul letto a confessare (Mutazioni).

Se l’ascolto da parte di Dio non è assicurato Perché non sei rimasto in ascolto Dio/non volevo che acquiescenza sul male/un getto di pace nel buio/ossia speranza intricata e ferma, è invece salvifico, seppure faticoso,  l’approdo alla scrittura:

Mi schianto di versi e di freddo/per sapere ancora di essere intera in E scendo e in Me ne curo poco, non è retorico il chiedersi Ma cosa farei senza pane da scrivere.

Nelle Stanze del nord, dove si offuscano i toni decalcificando muri e giardini immobili il linguaggio, parallelamente alla complessità e profondità dei temi trattati, appare spesso aspro, originale, prezioso ed ermetico; ma dove la tensione esistenziale s’allenta, cedendo il passo a soste e respiri d’armonia, il lessico diventa piano, comprensibile, quasi quotidiano. Come un gomitolo che si dipana lentamente, sciogliendo nodi cammin facendo, e del quale la poetessa sa tenere ben saldo il filo e governarlo a dovere.

Del resto, come non ritenerla capace, se lei, come confessa, sa persino ammansire colombe?

                                                   Maria Gisella Catuogno

                                                        gennaio 2013